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Zucchero e cocaina: il cervello risponde allo stesso modo

Zucchero e cocaina: il cervello risponde allo stesso modo

Il consumo di zucchero può danneggiare il cervello allo stesso modo di altri farmaci come l’alcool, il tabacco e la cocaína. L’effetto dello zucchero nel nostro cervello non è molto diverso dagli effetti dovuti a tossicodipendenza.Confrontando un cervello normale, uno di un soggetto obeso e uno di un dipendente da cocaina, nel cervello normale risulta la presenza in gran parte della sostanza evidenziato in rosso (vedi figura) chiamata dopamina, una sostanza prodotta nella parte del cervello associata con la ricompensa. Mentre si mangia un pasto particolarmente gustoso, il livello di dopamina cerebrale raggiunge il suo massimo. Nei tossicodipendenti il picco di dopamina si raggiunge prima ancora della ricompensa e, al momento dell’assunzione della droga, il cervello manda segnali di insoddisfazione, in quanto il livello massimo di questo neurotrasmettitore è stato già raggiunto. Le scansioni del cervello attraverso la risonanza magnetica funzionale, inoltre, mostrano che tutti i tossicodipendenti hanno un minor numero di recettori per la dopamina rispetto alla media; questo significa che la quantità di dopamina prodotta non riesce a legarsi a questi “bottoni cellulari” che le permettono di entrare nelle cellule stesse. Lo stesso meccanismo avviene con l’assunzione di zucchero, tabacco e alcool.
In poche parole, le persone che mangiano compulsivamente o che hanno un consumo giornaliero di zucchero, hanno una maggiore attivazione delle aree cerebrali legate alla ricompensa in risposta a stimoli alimentari (anche solo tramite l’immaginazione di un pasto gustoso) o in risposta all’assunzione di cibo
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha constatato che se continuiamo come oggi, nel 2030, il 57,8% della popolazione sarà obeso o in obesità grave. Negli Stati Uniti, in base alle statistiche del NIH (National Institutes of Health) questa generazione di bambini in sovrappeso avrà una vita più breve dei loro genitori a causa di problemi legati all’obesità (!!!). La presenza di zucchero nei prodotti industrializzati è altissima! Ecco perchè è importante leggere attentamente le etichette alimentari al momento dell’acquisto di un prodotto. Vi lascio quindi con una domanda: Da quando abbiamo smesso di mangiare per vivere e iniziato a vivere per mangiare?
Oggi vi presentiamo i grassi e il tessuto adiposo

Oggi vi presentiamo i grassi e il tessuto adiposo

I grassi sono formati da 2 tipi di molecole: 1 molecola di glicerolo e 3 molecole di acidi grassi (per questo sono noti anche come trigliceridi). In base alla struttura di questi acidi grassi distinguiamo i lipidi in saturi o insaturi; i primi non presentano doppi legami tra gli atomi della struttura, i secondi ne hanno almeno uno Per riconoscere a primo impatto se un grasso è saturo o insaturo esiste una regola:  i trigliceridi sono liquidi a temperatura ambiente se sono insaturi, i saturi invece sono solidi. Di solito i saturi sono di origine animale, mentre gli insaturi di origine vegetale (gli oli). Esiste poi una via di mezzo: i grassi idrogenati. Questi sono grassi prodotti da trattamenti industriali, usati quando è necessario produrre un grasso solido da uno liquido, come avviene per la margarina. I grassi idrogenati sono i più dannosi presenti in natura! Gli acidi grassi sono la parte dei grassi che ci servono come fonte energetica, ma svolgono anche altre funzioni: aiutano l’assorbimento delle vitamine Liposolubili (A, D, E e K) e sono un elemento chiave di tutti i tessuti perchè fanno parte delle membrane cellulari! Inoltre, quando fa freddo, sono la piu ‘ grande fonte di energia utilizzata dal nostro corpo per riscaldarsi. Anche gli acidi grassi saturi sono usati come fonte energetica. Sono un elemento strutturale importantissimo per la cellula, in quanto modificano e regolano l’espressione di vari geni; essi sono prodotti anche nella ghiandola mammaria, promuovendo una fonte facilmente disponibile di energia che ha capacità di protezione microbica e che garantisce la crescita, lo sviluppo e la sopravvivenza dei cuccioli di mammifero. Ma attenzione a quanti ne ingerite! Essi devono essere assunti in quantità controllata, NON più del 7% dell’alimentazione giornaliera, in quanto sono quei grassi capaci di produrre danni sul sistema cardiovascolare! I trigliceridi vengono accumulati nel tessuto adiposo considerato un vero e proprio organo endocrino in grado di produrre gli ormoni femminili. Il tessuto adiposo è il nostro più grande serbatoio di energia a lungo termine ed è cruciale per l’omeostasi energetica. Può rappresentare circa il 15 % del totale del nostro peso corporeo, ma anche in casi estremi può arrivare al 50 %. Esso e composto da cellule che hanno un nome proprio: gli adipociti. Ma non troviamo solo questi ultimi,  infatti il tessuto adiposo è composto anche da tessuto connettivo, tessuto nervoso, vasi sanguigni; proprio per questo è considerato un organo vero e proprio che funziona autonomamente!  Ma c’è di più! Non abbiamo solo un tipo di tessuto adiposo, ne abbiamo 2: il bianco (quello di cui abbiamo parlato adesso) e il bruno, capace di bruciare energia per produrre calore per mantenere costante la temperatura del nostro corpo. Negli ultimi anni è stato scoperto che un accumulo di tessuto adiposo produce e libera nel nostro corpo molecole infiammatorie, ma di questo ne parleremo la prossima volta 😉 Fonte scientifica: Contreras, et al. Hypothalamus and thermogenesis: Heating the BAT, browning the WAT. Molecular and Cellular Endocrinology (2016)
Flora batterica intestinale e alimentazione

Flora batterica intestinale e alimentazione

Negli ultimi decenni abbiamo modificato molto il nostro stile alimentare e di vita; questo ha comportato un aumento di produzione anche nel settore del commercio alimentare, con una conseguente riduzione della qualità del cibo che troviamo negli scaffali del supermercato. I processi di industrializzazione hanno apportato modifiche nutrizionali, abbassando la quantità dei nutrienti e un aumento di alimenti a base di zuccheri semplici raffinati (zucchero e farina bianca). Il nostro organismo ha dovuto adattarsi a queste modifiche, modificando la popolazione batterica intestinale. Ma come è fatta la parete intestinale? L’intestino è rivestito da una  parete protettiva chiamato endotelio, composta prevalentemente da cellule che coprono circa 400 m2 di superficie. Questa  membrana aiuta a dividere l’interno del corpo dall’ambiente esterno e ha la funzione di impedire la perdita di acqua ed elettroliti, regolandone l’entrata e l’uscita. Oltre a questo, la mucosa ha un’importante funzione di protezione immunitaria, selezionando le sostanze che vengono assorbite e impedendo l’ingresso di microrganismi patogeni. La mucosa è popolata da popolazioni batteriche che la aiutano in queste funzioni. Quando parliamo di batteri pensiamo a dei microrganismi nocivi per ilnostro corpo, ma in realtà non è del tutto così. Nel nostro corpo vivono ben 100 bilioni di batteri in una situazione di equilibrio; questi batteri hanno il loro habitat nel nostro intestino e si nutrono insieme a noi, contribuendo alla digestione del cibo o anche alla produzione di vitamine. Preservare le popolazioni batteriche intestinali significa proteggere la nostra salute. Quasi la metà del peso delle nostre feci è composto da batteri, vivi e morti. L’importanza del gruppo di batteri che popolano l’intestino è tale, che può essere considerato come una sorta di organo funzionalmente attiva, chiamato microflora intestinale. Nell’intestino crasso, dove flora batterica  è più numerosa, ci sono circa 500 specie diverse di batteri suddivise in microbiota dominante (Bifidobacterium), flora sottodominante (Lactobacillus) e microbiota residuo, con batteri potenzialmente patogeni (Clostridium , Pseudomonas e Klebsiella). Oltre alla flora batterica, nel nostro intestino vivono in simbiosi con i batteri numerose popolazioni di funghi e lieviti. La Flora batterica “sana” è chiamata Probiotica (a favore della vita) e le sostanze di cui la flora si nutre sono chiamate Prebiotici. In una situazione fisiologica sana, i batteri buoni e quelli patogeni si trovano in equilibrio; quando una popolazione sovrasta l’altra (ad esempio per un’alimentazione basata sull’eccesso di zuccheri semplici o alimenti processati,  uso di antibiotici costante), abbiamo una situazione di squilibrio chiamata “Disbiosi Intestinale“. In questa situazione, più frequente di quanto possiamo pensare, risulta uno squilibrio nell’assorbimento delle vitamine e l’inattivazione di alcuni enzimi digestivi con il conseguente processo di fermentazione intestinale e produzione di gas. Quando si ha un caso di disbiosi, le cellule della mucosa perdono “cemento” causando la comparsa di “aperture” che compromettono l’attività di selezione dei nutrienti. Si osserva un alterato assorbimento e produzione di acidi grassi essenziali per il nutrimento della mucosa intestinale (butirrato), una produzione di nitrosammine (tossiche e potenzialmente tumorali) e un  “allentamento” delle giunzioni tra le cellule del nostro intestino, rendendo la mucosa permeabile a sostanze che normalmente non vengono assorbite e scatenando così una reazione immunitaria. Quando queste sostanze presentano una composizione simile ad alcuni tessuti o composti del nostro organismo, il sistema immunitario non riesce più a distinguere tra sostanza esterna e interna e si presenta quella che normalmente è chiamata “malattia autoimmune“. Per mantenere sana la nostra mucosa intestinale si consiglia spesso un’alimentazione a base di cereali in chicchi integrali, un consumo di alimenti fermentati, la riduzione del consumo di zuccheri e farine raffinate e un aumento del consumo di frutta e verdura, soprattutto cruda, data la presenza di fibre prebiotiche capaci di nutrire la flora batterica. Un’alimentazione sana, integrata con un uso di prebiotici e probiotici ci aiuta a digerire meglio, a nutrirci meglio e, soprattutto, a rafforzare le nostre difese immunitarie. Tra i vantaggi dell’utilizzo di probiotici troviamo: un aumento della microflora benefica, un miglioramento della produzione di muco aumentando la barriera protettiva, il mantenimento delle giunzioni intatte tra le cellule intestinali, impedendo l’ingresso di sostanze nocive, un aumento della produzione del fattore antimicrobico, un’aumentata produzione di sostanze antinfiammatorie. Prendetevi cura del vostro intestino! Fonti scientifiche: Gareau, Mélanie G., Philip M. Sherman, and W. Allan Walker. “Probiotics and the gut microbiota in intestinal health and disease.” Nature Reviews Gastroenterology and Hepatology 7.9 -2010
Olio Extravergine d’oliva: qualità, benefici e guida all’acquisto

Olio Extravergine d’oliva: qualità, benefici e guida all’acquisto

Le tipologie di EVO (Olio extravergine di oliva) presenti sul mercato sono infinite e possono variare in aroma, gusto, colore, acidità e prezzo. Ma per quale motivo si consiglia il consumo di olio extravergine di oliva rispetto ad altre tipologie di oli? Come si fa a scegliere un EVO di qualità? Vediamolo insieme.

Per essere etichettato come “extravergine“, l’olio deve soddisfare delle caratteristiche estremamente specifiche da parte del Consiglio oleicolo internazionale: deve presentare come unico ingrediente esclusivo le olive, deve avere una composizione integrale, un aroma caratteristico e deve  mantenere tutti i componenti benefici nel tempo e nella fase di produzione.

La prima grande differenza da conoscere tra Olio extravergine di oliva e olio di semi sta nella fase di produzione. L’Extravergine di oliva è prodotto tramite pressione e filtrazione, con un processo chiamato estrazione a freddo,  senza il ricorso a sostanze chimiche. L’olio di semi di qualsiasi tipologia viene ottenuto tramite estrazione e raffinazione dal seme attraverso l’uso di sostanze chimiche benzeniche e corretto chimicamente con l’aggiunta di sostanze decoloranti (terre attive), deodoranti per correggerne l’odore, viene aggiunto acido citrico per la correzione di saponi e metalli. Già questo dovrebbe farci capire che il trattamento naturale dell’EVO garantisce al consumatore un apporto maggiore di sostanze nutritive e un consumo di olio con alto punto di fumo e composizione chimica caratteristica e soprattutto NATURALE (poco esposta a modificazioni tramite cottura). L’EVO è ricco di acidi grassi monoinsaturi, con un solo doppio legame nella catena chimica; l’olio di semi è ricco di polinsaturi, con più doppi legami che possono rompersi con variazioni di t° o esposizione a fenomeni fisici.

Vediamo ora nel dettaglio le caratteristiche chimiche.

L’Olio extravergine di oliva è composto da 2 frazioni: una saponificabile e una non saponificabile. Il 2% costituisce la parte non saponificabile, composta da tutte quelle sostanze che conferiscono all’olio le qualità organolettiche e ne garantiscono la conservabilità: steroli, polifenoli, tocoferoli, vitamine A, D e E. Queste sostanze presentano effetti antiinfiammatori, antitumorali, antivirale, antiossidanti (contro la formazione dei radicali liberi responsabili dell’invecchiamento) e tra di esse è presente una molecola chiamata Oleocantale, che ha composizione chimica simile a quella dell’Ibuprofene.

La parte saponificabile occupa il 98% della composizione ed è composta da trigliceridi, principalmente acido oleico monoinsaturo (75%), acidi polinsaturi essenziali (omega 3 e omega 6) e acidi grassi saturi come acido palmitico e stearico, NESSUNA TRACCIA di acidi grassi Trans.

Gli omega 3 e omega 6 garantiscono un’efficace azione di contrasto al colesterolo cattivo LDL (già dopo una settimana di utilizzo in una dieta equilibrata) e azione protettiva sul sistema cardiovascolare, prevenendo l’insorgenza di patologie croniche legate a una cattiva alimentazione. L’acido oleico abbassa i livelli ematici di proteina C reattiva (CRP), prodotta dal fegato in risposta a uno stato infiammatorio.

La dose giornaliera raccomandate dall’EFSA è di circa 20 g al giorno, utilizzato a crudo. 

La composizione percentuale degli acidi grassi rispecchia molto la composizione fisiologica del latte materno e questo conferisce all’EVO qualità come alta assimilabilità e digeribilità.

 Come faccio a riconoscere un buon Olio EVO?

Devo far caso alle caratteristiche presenti sull’etichetta e quelle non presenti.

La prima cosa da guardare è la presenza della certificazione DOP e DOC che mi garantiscono il controllo sulla provenienza delle olive e sull’area di produzione, sulle tecniche di estrazione e trattamento (frantumazione e gramolazione).

Cultivar delle Olive: gli oli monocultivar mi garantiscono una qualità più alta e caratteristiche particolari relative al sapore.

Sapore forte e piccante: mi garantisce la presenza di sostanze antiossidanti e polifenoli

Consistenza: un olio più denso mi da informazioni sulla qualità di trattamento e sul mantenimento delle proprietà benefiche dell’olio, in quanto mi garantisce la presenza di sostanze integrali

Presenza di informazioni quali “Olio estratto a freddo” o “prima spremitura a freddo“.

Il prezzo: per quanto riguarda l’Olio EVO un asso prezzo è indice di trattamento scarso e ricorso a procedure chimiche che hanno portato alla perdita delle sostanze benefiche

 Fonti Scientifiche:

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/8517637

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/17545695